Anche la produzione discografica sembra seguire un curioso ciclo staglionale: se ormai le rondini disertano i nostri cieli (chissà dove saranno emigrate), ai primi tepori primaverili improvvisamente si stagliano sull’orizzonte più lontano piccoli stormi di nuovi album, tuttora in avvicinamento.
Le tecnologie di oggi e soprattutto il web consentono di annunziarli con settimane di anticipo con la diffusione sulle varie piattaforme digitali di ‘singoli’, destinati a creare attesa ed aspettative per la successiva uscita dell’album completo. Una bella novità rispetto al passato, certo, ma da tempo mi chiedo con quale criterio vengano scelti questi brani dalla scaletta dell’opera completa, e soprattutto chi lo fa; non vi nascondo il dubbio che a volte un brano venga concepito appositamente – o comunque prodotto con veste più glamour ed accattivante – come trailer o ‘teaser’, come dicono quelli del cinema.
Ma non di soli dubbi e sospetti vive l’uomo, e quindi godiamoci queste primizie di stagione, anche perchè l’appetito accumulato nell’avaro inverno è parecchio.
Myra Melford è pianista molto attiva recentemente, anche dalle nostre parti. Personalmente rimpiango non poco il suo gruppo ‘Snowy Egret’ di qualche anno fa; negli ultimi tempi abbiamo assistito ad una caleidoscopica varietà di formazioni a suo nome, alcune incisive, altre più occasionali ed orientate al vento del momento. Qui tira aria diversa: in primo luogo Myra si accasa presso la svizzera Intakt, un’ottima scelta per una musicista dell’area di ricerca come lei. Infatti l’etichetta ha un’immagine ben definita e riconosciuta sia in ambito europeo che americano; senza contare che ad essa fanno stabile riferimento molti jazzmen della cutting edge americana. Ed infatti qui la Melford si presenta con un trio che annovera l’ormai ‘emigreè’ Michael Formanek (che ha fiutato per tempo l’aria ammorbata che spira d’oltreoceano) al basso e le formidabili bacchette di Ches Smith, che tanta creatività ed estro hanno donato ai gruppi di Mary Halvorson, Tim Berne, Craig Taborn, Matt Mitchell, giusto pre nominarne alcuni degli ultimi. Disco da attendere sino al prossimo 28 marzo, ovviamente disponibile su Bandcamp, ma probabilmente anche sui noti negozi online.
L’apparire del duo Vijay Iyer / Wadada Leo Smith mi ha preso un po’ di sorpresa, ma c’è una sua precedente occasione che peraltro risale a quasi dieci anni fa. Dell’album nel suo complesso si sa poco, a parte che ECM lo farà uscire il 21 marzo prossimo. “Defiant Life” è un titolo che dice molto dell’ispirazione del brano: viene subito alla mente la fredda, ma combattiva indignazione per lo stato del mondo che ispira l’indimenticabile “Uneasy” di Vijay, ma anche la lucida e non riconciliata memoria delle “Ten Freedom Summers” di Wadada. Sembra che l’album comprenderà anche un brano dedicato a Patrice Lumumba: in poche parole, ha tutte le carte in regola per entrare nella playlist della Casa Bianca di oggi…. E’ una musica di resistenza, scolpita nel silenzio: una rarefazione che fa spiccare il lirismo laconico di Smith, ma anche i colori insolitamente tenui e trasparenti di Vijay, che si divide tra il piano acustico ed il fender. Se il compito di un ‘singolo’ è quello di affascinare ed incuriosire, “Defiant Life” compie la sua missione come meglio non si potrebbe.
Peter Evans è trombettista di risorse strumentali pressocchè infinite, e direi anche inimmaginabili. Recentemente mi sembra ricercare con maggior impegno delle collocazioni di gruppo che diano maggiore profondità di contenuto alla sua musica: qualche giorno fa l’ho sentito a Ferrara in uno smagliante duo con Craig Taborn, che mi è sembrato un partner ideale. A fine marzo uscirà per More is More un live registrato a Berlino tra il 2023 ed il 2024, in cui Evans è affiancato dal bassista Petter Eldh e da una folla di altri musicisti: nel ‘Project Jazz Fest” vedremo delle apparizioni piuttosto sorprendenti, ma le curiosità ce le potremo togliere all’inizio di maggio. Seguire Evans su Bandcamp.
C’è un altro trasloco in corso, oltre a quello di Myra Melford. Anche David Murray cambia casa, da Intakt (che recentemente a mio avviso gli reso servizi più che buoni) alla rivitalizzata Impulse!, che oltre a riesumare tesori perduti degli anni ’60 e ’70 che riposano tuttora nei suoi archivi, si impegna in nuove produzioni che rivelano un buon fiuto (i Sons of Kemet, The Comet is Coming, Irreversible Entanglement, il ‘nuovo’ Shabaka in solo). Il mondo del jazz non è fatto di fedeltà, e quando dopo anni di vagabondaggi discografici un’etichetta che è un pezzo di storia del jazz ti propone di registrare nello studio di Englewood Cliffs, la ‘cattedrale del jazz’ voluta da Rudy Van Gelder, come si fa a dire di no?

Murray ci ha portato il suo ultimo quartetto, che annovera la notevole pianista spagnola Marta Sanchez, che già si è fatta notare nel precedente ‘Francesca’ pubblicato l’anno scorso da Intakt. Ma da buon fuoriclasse che alza sempre la posta anche là dove altri si accontenterebbero di un prestigioso traguardo professionale, Murray affianca al suo quartetto la grintosa vocalist Ekep Nkwelle: ascoltata nello scorso dicembre ad Orvieto ha rivelato grandi doti vocali e di interprete, ma anche qualche spigolosità da debuttante assoluta qual è. Una debuttante che esordirà nello stesso studio che è stato di Coltrane, Shepp, McCoy Tyner…. Indubbiamente Murray si rivela pigmalione di prim’ordine. E mentre voi vedete al lavoro questi “quattro più una” in quello che persino negli States è ritenuto una sorta di monumento nazionale, io mi affretto al terminal degli Arrivi Nazionali per vedere se anche lì si annunzia qualche volo in arrivo….. Milton56