Bei tempi andati…
Continuo a spulciare il taccuino del cronista, e siccome voi volete un resoconto quanto più completo possibile, arriviamo ad una pagina non facile.
Ho difficoltà a parlare a lungo di cose che non mi hanno coinvolto, o peggio mi hanno deluso: di qui la sommarietà delle note che seguono.
Per la serata di sabato 22 marzo, il Festival aveva sfoderato una bella idea: accostare una band fluida, aperta e ariosamente proiettata in avanti ad una formazione allargata fortemente strutturata, minuziosamente arrangiata, capace di millimetrici intrecci e scambi, e soprattutto testimone vivente del mainstream, e cioè letteralmente della corrente centrale del grande fiume del jazz. Il contrasto tra i Fearless Five di Enrico Rava ed i Cookers non poteva esser più netto e calcolato: benissimo, il jazz è musica dialettica e polifonica, anzi tendenzialmente dissonante.
Ma quando la palla è passata ai musicisti in campo, diverse cose non sono andate come ci si poteva attendere.

Partiamo dai Fearless. Da precedenti cronache saprete che io sono un grande ammiratore sia del musicista che dell’uomo Rava: personalmente lo ritengo una delle due figure a cui il jazz italiano odierno deve praticamente tutto o quasi. Negli ultimi anni ho varie volte seguito in concerto il suo quartetto, la indimenticabile Special Edition ed i Fearless Five li ho visti quasi debuttare: anche quest’ultima formazione testimonia il fiuto del Rava scopritore di talenti (il trombone di Matteo Paggi, la batteria di Evita Polidoro). Considerata l’età e le difficili prove fisiche superate negli ultimi anni, il continuo esporsi in un’attività musicale decisamente intensa e soprattutto a fianco di musicisti di decenni più giovani di lui creando in corsa bands di impostazione sempre originale ha qualcosa di poco meno che eroico.
Tutto questo richiede grandi energie: ad 86 anni ci sono giornate in cui queste scarseggiano. E la tromba ed il flicorno sono strumenti crudeli nella loro spiccata fisicità.
I Fearless sono una formazione che poggia sugli input e sui suggerimenti del leader, su cui poi si creano delle progressioni di gruppo che portano a climax espressivi in cui lo strumento di Rava ritorna protagonista con intensi squarci di vitale lirismo. La nitidezza, la sicurezza e l’incisività di questi segnali di direzione sono mancati per problemi di energia e di emissione con conseguenti incertezze. Ammirevole e generoso è stato il supporto che il trombone vigoroso e passionale di Paggi ha dato al suo leader: una sorta di filiazione musicale che a momenti ha ricordato quella tra l’ultimo Miles e Wallace Rooney. Ma per dare direzione e compimento finale al processo di accumulo generato dai giovani Fearless ci vuole di più: in passato abbiamo visto un Francesco Diodati eminenza grigia capace di impennate di estro ed audacia sperimentale che gonfiavano le vele di Special Edition ed ancor più dei Fearless. Da qualche tempo non vediamo Diodati molto assiduo con suoi progetti dalle nostre parti: forse è assorbito altrove, e questo può spiegare molte cose. A Bergamo l’ho visto un po’ in seconda linea, tra le quinte, e questo ha pesato sulla concentrazione e l’efficacia del gruppo. Né basta a riequilibrare la situazione il basso dell’altro giovane veterano Ponticelli.
C’è stato un dettaglio che mi ha fatto pensare che questo potesse essere anche il sentiment del palco: nonostante il caldo sostegno del pubblico a fine concerto, il gruppo non è rientrato in scena per il rituale bis, ormai di prammatica nei nostri concerti. Verranno giorni migliori, soprattutto se i giovani talenti Paggi e Polidoro si irrobustiranno con collaborazioni che aiutino a crescere professionalmente, accantonando premature prove da leader in proprio.
I Cookers. Mentre l’amico Rob53 è andato ad ascoltarli con la nobile intenzione di salutarli forse per un’ultima occasione, io avevo motivazioni diverse: avevo in ancora nelle orecchie la scintillante e sofisticata macchina da swing che si ascolta in “The Call of the Wild and Peaceful Heart”
Ahimè, ho mancato di consapevolezza storica: l’album è del 2016, e sono passati quasi 9 anni. Che per una pattuglia di ottuagenari (molti dei quali con vite avventurose alle spalle) fanno una grossa differenza.
Altro mutamento notevole (e forse determinante) è stata l’assenza di Billy Harper, un leader naturale, un sax tagliente e pieno di raffinato impeto che molti ragazzi degli anni ’70 non hanno dimenticato
Il settetto si schiera sul palco, ma per diversi minuti il concerto non parte: il basso di Cecil McBee sembra avere problemi, due tecnici ci si dedicano. Dopo qualche ironia imbarazzata dei colleghi ed un applauso di incoraggiamento del pubblico, finalmente inizia la musica.
La frontline di tutti ottoni sembra procedere con una certa circospezione nell’esposizione di insieme dei temi: non c’è la felina elasticità ed il sicuro affiatamento che si ascoltano nell’album. Il tenore di Azar Lawrence (veterano dei gruppi anni ’70 di McCoy Tyner) appare un poco opaco e comunque meno aggressivo e mordente dell’Harper che sostituisce: quanto a leadership naturale non c’è alcun paragone. Un certo vuoto che viene in parte riempito dal protagonismo del sax alto di Donald Harrison, che però pecca di una certa prolissità e costruisce assoli frammentati da strane pause che creano un certo disorientamento in un pubblico pure piuttosto esperto come quello del Donizetti. Di Dave Weiss ricordo più che altro le spigliate presentazioni, che glissano abilmente su certe inattese smagliature nel professionismo di una band che pure può vantare collettivamente qualche secolo di presenza sui palchi. Del resto la tromba che spicca per personalità, intensità ed eleganza è quella del dottor Eddie Henderson: uno che non a caso ha una lucida consapevolezza delle criticità della condizione sociale e professionale dei vecchi leoni del jazz (cfr. intervista su Musica Jazz di febbraio)… Forse merito dei suoi anni di pratica clinica?
Di fronte al regresso del lavoro di assieme ed allo slabbrarsi della trama di gruppo in una serie di assoli talvolta un po’ slegati ed anche poco ispirati ed efficaci (cfr. Billy Hart alla batteria), per fortuna fa argine il professionismo e la mano sicura di George Cables che dal piano imprime dei secchi e sicuri colpi di timone che riportano il gruppo in carreggiata: ma più che di mano sicura forse si dovrebbe parlare di pugno di ferro. L’eminenza grigia dei gruppi di Freddie Hubbard e degli ultimi e più radiosi Dexter Gordon ed Art Pepper è sempre lucida ed all’erta, ma dà una stretta al cuore vedere la sua gamba destra del tutto irrigidita e ed il precario trascinarsi solo grazie ad una avvolgente stampella. Comunque il book dei Cookers è in gran parte formato da sue composizioni, che nonostante la forma non ideale dell’organico esteso si impongono egualmente per la loro cifra inconfondibile: le pochissime sortite solistiche rivelano la raffinata classe di George ‘The Beautiful’, sacrificata peraltro alla tenuta di gruppo.
In finale di concerto si sarebbe voluto vedere un poco dell’impeccabile professionismo di Cables anche nei compagni: invece abbiamo visto Cecil McBee che scartabellava nervosamente gli spartiti sul leggio all’affanosa ricerca di quello del bis, e Donald Harrison che invece tentava di impadronirsi del pezzo inseguendo in corsa i colleghi.
Cala il sipario su una performance che ispira considerazioni malinconiche sul tempo che non è gentile con i vecchi jazzmen: uomini che peraltro difficilmente si possono consentire un sereno ed dignitoso finale carriera, men che mai nei cupi ed incerti tempi attuali. Ed ascoltarli anche in serate un poco scialbe e zoppicanti può essere il nostro grazie per quel che ci hanno donato in giorni più luminosi. Milton56
I Cookers tre anni fa in un concerto organizzato da una delle tante radio FM degli States