[ad_1]
Il festival si è concluso ed ecco che l’organizzazione sfodera orgogliosamente i primi dati: oltre 8.500 le presenze complessive in soli quattro giorni; 3.544 spettatori alle tre serate al Teatro Donizetti, 783 dei quali abbonati (15 in più rispetto allo scorso anno); 11 sold out su 12 eventi a pagamento. 16 le regioni italiani rappresentate da Nord a Sud, da Est a Ovest. 17 le nazioni estere, pari al 18% del pubblico: Austria, Brasile, Emirati Arabi, Francia, Germania, Irlanda, Israele, Lettonia, Norvegia, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Serbia, Spagna, Svizzera, Ungheria, Stati Uniti. Visitatissimo è stato il sito del Teatro Donizetti: oltre 17.000 gli utenti attivi. Le pagine Facebook e Instagram di Bergamo Jazz, nella settimana del Festival, hanno totalizzato una copertura di 472.660 utenti, superando le 15.000 interazioni e sfiorando i 25.000 follower organici. Sono questi i primi dati salienti che attestano il grandissimo successo di Bergamo Jazz 2025.
Dato atto del successo agli organizzatori veniamo alla cronaca degli altri concerti ai quali ho assistito. Sabato mattina, nella splendida cornice dell’Accademia Carrara, erano di scena due splendide musiciste, Sara Calvanelli, fisarmonica, harmonium, cajon e voce, e Virginia Sutera al violino. Un duo in cui l’armonia e la complicità tra le due artiste si riflette nella musica proposta, un’ora totalmente improvvisata in cui i diversi elementi delle loro influenze sono emersi in dimensioni ora sospese e classicheggianti, ora giocosi e ispirati alla musica popolare. Un set comunque impegnativo e denso, che con mia piacevole sorpresa ha ricevuto un calorosissimo consenso da parte del pubblico presente.
Nel pomeriggio all’Auditorium il Dialect Quintet di Alexander Hawkins ha dato vita ad un concerto molto ispirato, mettendo in evidenza le doti di ogni singolo componente ma, sopratutto, la felice vena compositiva del leader. Un gruppo da seguire in futuro se riuscirà a rimanere unito, anche per la presenza di tre nostri notevoli musicisti: Giacomo Zanus alla chitarra, Ferdinando Romano al contrabbasso e la poderosa Francesca Remigi alla batteria. Dopo aver incontrato più volte Camila Nebbia, la sassofonista, in vesti prettamente free, ritrovarla in un gruppo dall’orizzonte più vasto è stata una piacevole scoperta. Hawkins è un musicista di riferimento, tra i migliori europei della sua generazione.

La serata vede due proposte più concilianti con il gusto medio, ed infatti il Teatro Donizetti è stracolmo. Inizia il Fearless Five di Enrico Rava, musicista intelligente che ha fatto la storia del jazz italiano e, sopratutto, si è sempre circondato dei giovani più promettenti. E in effetti sono loro, Matteo Paggi al trombone, Francesco Diodati alla chitarra, Francesco Ponticelli al contrabbasso e Evita Polidoro alla batteria, a sostenere e dare un senso pieno e compiuto al concerto. Rava sapientemente si limita al ricamo e allo spunto melodico, lasciando ampio spazio ai suoi patners. Leggo sui social commenti che vorrebbero questo come il migliore concerto del festival. Tutti i pareri sono ugualmente validi, ma il paragone con Eddie Henderson, 84 anni, uno in meno di Rava, ascoltato subito dopo con i Cookers, è abbastanza significativo sulle difficoltà del nostro.
I Cookers, appunto. Un variegato gruppo di “vecchietti”, il più giovane 61 anni (David Weiss), praticamente un ragazzino, il più anziano 90 (Cecil McBee), ha dato una lezione di storia e di professionalità esemplari. Su tutti un meraviglioso George Cables, pianista illuminato quanto compositore ispirato e un ancora implacabile e vigoroso Billy Hart (85 anni) alla batteria. E per il pubblico l’occasione più unica che rara di vedere all’opera un pugno di musicisti che hanno scritto pagine luminose . E non è un caso che il nome del gruppo ricorda il famoso album di Lee Morgan, The Cooker, uscito nel 1958. Molti amici che conoscono i miei gusti si aspettavano un mio parere più o meno annoiato su questo concerto. Invece, e ne ero sicuro, l’ho goduto al meglio e ho apprezzato l’occasione di vedere musicisti che forse, per via dell’età, non avrò più modo di ammirare.
Chiudo la mia panoramica bergamasca (ad altri concerti era presente anche l’amico Milton che penso ne parlerà prossimamente) con il concerto della domenica mattina al Teatro Sant’Andrea con Barry Guy, un altro pezzo di storia del jazz europeo, con la giovane e sorprendente pianista catalana Jordina Millà. Un’ora di dialogo paritario, tra aperture liriche e momenti dissonanti, ricca di tensione espressiva e di ascolto reciproco e anche di un pizzico di ironia (vedi foto di copertina di Gianfranco Rota). Una esperienza musicale lontana anni luce dalla precedente serata al Donizetti, ma qui sta la forza e l’intelligenza del festival , saper proporre le diverse sfaccettature che nel tempo la musica jazz ha conosciuto e vivificato.
L’ unica nota non positiva del festival riguarda l’età media del pubblico presente, purtroppo un colpo d’occhio fatto di teste calve e capelli bianchi, ma questo e’un problema di tutta la nostra musica.
[ad_2]
Source link –