[ad_1]
Con lo streaming è arrivato lo stesso rapporto padrone/operaio che c’è in fabbrica: loro con i milioni e l’artista con i centesimi. E chi fa musica oggi è costretto a questo esercizio deprimente di rincorrere le visualizzazioni, la presenza social, le strunzate varie, per accalappiare un pubblico di “giovani” che in definitiva di musica capisce sempre meno.
Perché ne capisce sempre meno? E ve lo spiego. Sapete qual’è l’ascolto medio di un brano su Spotify o su altre piattaforme? 18”. Diciotto secondi.
Siamo passati dal 1824, da Beethoven che dilata i tempi di una sinfonia fino a 74 minuti, più di un ora richiesta di attenzione ai 18 secondi del 2020.
E non ho portato l’esempio di Beethoven a caso: il presidente della Sony volle che la durata del Compact Disk fosse 74’, il tempo necessario a contenere una nona di Beethoven, che prima di allora era sempre stata divisa in 2 o 3 vinili.
Invece ora, 2020, abbiamo i 18 secondi e quelli che “il vinile è molto più caldo e avvolgente”.
Ma resta un fatto: non è progresso, è regresso.”
Daniele Sepe, musicista

Sepe scriveva queste parole sul proprio profilo cinque anni fa, ad oggi la situazione è tutt’ altro che migliorata. Il recente Festival di Sanremo ne è valida testimonianza, tanto impegno mediatico, un vero spreco di tempo e risorse, per il nulla musicale come anche Elio (Storie Tese) ha commentato con imbarazzo.
Basta riflettere sul passaggio della musica leggera italiana negli ultimi 40 anni: da De Andrè, Guccini, De Gregori (giusto i primi nomi che mi vengono in mente) siamo arrivati a Fedez, Sfera, Tony Effe. Tutto si può argomentare ma il confronto è perdente ad ogni livello: testi, musiche, personaggi.
Tutto ciò riflette un fenomeno molto più grande che non coinvolge solo il nostro paese ma tutto l’ occidente: siamo in una fase temporale di piena decadenza, morale innanzitutto, ma anche economica, politica e culturale. Risulta così evidente non solo guardando chi governa le principali nazioni, un concentrato di personaggi che se non fossero tragici sarebbero indubbiamente ridicoli, ma purtroppo soprattutto pesando le opposizioni, un gruppo vanesio di ego ipertrofico impegnato in particolare a difendere la propria posizione e i propri privilegi.
In un quadro così sconfortante anche il panorama jazzistico italiano riflette la situazione problematica. Non date retta ai commenti trionfalistici di chi sostiene balle spaziali, tipo che il nostro jazz è il secondo al mondo (classifiche di questo tipo sono stupidaggini che solo Arbore può avvalorare), o che il numero di festival jazz in Italia è così numeroso che non può che riflettere una situazione ottimale. Ma li avete visti i cartelloni della maggioranza dei festival? Nomi improponibili, a volte imbarazzanti, che non fanno altro che scontentare gli appassionati e confondere i neofiti. Scorie sanremesi, rocker della terza età, ugole ripescate direttamente dalle case di riposo. Poi i soliti 4/5 musicisti stranoti che da soli si accaparrano i tre quarti dei budget e dei festival, grazie a direttori artistici tutt’altro che illuminati, e il tutto in nome del ritorno economico, della visibilità mediatica e di una non ben precisata contaminazione che, secondo loro, solo i puristi con la puzza sotto il naso contestano a torto.

Tradotto in soldoni tutto questo in realtà significa solo un desolante appiattimento, una carenza di idee, di novità e di progetti, una mancanza di spazi per musicisti più giovani o meno strombazzati mediaticamente, il tutto in nome del vero valore di ogni festival, almeno di quelli non sostenuti da denaro pubblico: il riscontro numerico ed economico.
Eppure, nonostante i tanti problemi (che ho tracciato solo parzialmente in questo post per ragioni di spazio e di leggibilità), la salute della nostra musica è indubbiamente molto migliore rispetto alle musiche di consumo e perfino del mondo perennemente ingessato della musica classica. Abbiamo numerosi ottimi giovani musicisti, spesso più apprezzati all’ estero che da noi. Avrebbero solo bisogno di un sostegno maggiore e di una migliore visibilità mediatica (nel nostro piccolo spazio grazie ad Andrea noi cerchiamo di proporli e farli conoscere). Naturalmente poi ci sono i molti che pare aspettino solo la scomparsa di qualche cantante famoso per trasformarlo in una spesso improbabile versione jazz, ma nel complesso il degrado non ha ancora contaminato il nucleo principale dei jazzisti.
Non si può dire lo stesso purtroppo di buona parte della stampa generalista, ridotta a copiare comunicati stampa trionfalistici, e di un buon numero di direttori artistici, senza per questo fare di tutta l’ erba un fascio (oggi va di moda questo termine….).


[ad_2]
Source link –